Edgar G. Ulmer è conosciuto dai cinefili più spregiudicati per l’horror
The Black cat, dove compaiono, per la prima volta insieme, i due mostri sacri
Bela Lugosi e
Boris Karloff e per un noir del 1945 dal titolo
Detour, film al quale
Jean Luc Godard ha reso omaggio 40 anni dopo con il suo
Detective. La maggior parte degli altri film da lui diretti è rimasta per lo più sconosciuta (a parte qualche rara eccezione come
Il dominatore di Wall street o
Bluebeard), vuoi per la disattenzione di certa critica "alta", anche americana, vuoi per i metodi produttivi e distributivi
low budget che hanno reso praticamente introvabili copie e negativi immediatamente dopo l’uscita nelle sale - molti titoli della sua filmografia sono ormai
orphan film, pellicole di cui nessuno ha mantenuto i diritti e i cui negativi sono andati persi in chissà quale magazzino.
A rivalutarlo ci pensarono i francesi che ruotavano intorno alla redazione dei
Chaiers Du Cinema e in particolar modo
Francois Truffaut, con un articolo apparso nel 1956, è stato colui che lo ha sottratto all'oblio. La critica americana farà più fatica a riconoscergli lo status di autore e dobbiamo attendere la lunga intervista di
Peter Bogdanovich, pubblicata postuma nel 1974, perchè si cominci a rendergli giustizia.
Da qualche anno l’attenzione intorno a questa figura singolare e interessantissima si è riaccesa (da ricordare la retrospettiva curata da
Emanuela Martini nel 1989 al prestigioso
Bergamo Film Meeting) e, con un po’ di fatica, si riescono anche a recuperare alcuni dei suoi film. Dagli esordi per la Universal, all’esilio newyorkese, fino al ritorno a Hollywood con gli studios indipendenti della
Poverty Row, il cammino frastagliato di
Edgar G. Ulmer è sempre stato coerente alla sua idea di fare cinema. Un duro e puro lo definirebbe qualcuno, noi sul nostro pianeta preferiamo chiamare queste creature "
illuminati". Ed Ulmer è stato un perfetto illuminato, maestro della produzione in economia e della trovata geniale, sostenitore del cinema diretto (sulla scia dei grandi documentaristi russi, coetaneo dei neorealisti italiani e anticipatore della stagione del new cinema!) e allo stesso tempo capace di imbastire storie "nere" e torbide al limite dalla fantasmagoria, ma anche a suo agio con il colore, la commedia, il musical e il western. Un
eclettico intransigente! D'altra parte che cosa volete aspettarvi da un'unità carbonio nata in Cecoslovacchia, cresciuta a Vienna, maturata a Berlino ed emigrata negli Usa?! Come avrete capito...un essere umano a cui è doveroso dedicare più spazio!!
Come suggerisce con una certa malizia
Emanuela Martini, nell'introduzione alla raccolta di saggi da lei curata per la personale di
Edgar G. Ulmer del
Bergamo Film Meeting del 1989, tutta la storia del regista austriaco può essere letta come un incessante susseguirsi di deviazioni-detour. Primogenito di quattro figli, Edgar nasce a Olumuz, nell'attuale Repubblica Cieca, nella residenza estiva dei genitori, residenti a Vienna, il 17 settembre del 1902. Rimasto orfano del padre, morto di malattia mentre prestava servizio militare durante la prima guerra mondiale, il giovane Ulmer viene preso in carico dalla comunità ebraica, a cui il defunto padre apparteneva, e trova rifugio fino alla fine del conflitto in Svezia. Tornato a Vienna viene ospitato dalla famiglia di un compagnio di scuola, Schildkraut, ed è qui che avrà il primo contatto con il mestiere del cinema. Nel 1918, infatti, nel suo curriculum si legge: designer per la
Decla-Bioscope, che nel 1921 diventerà UFA.
Nel frattempo studia architettura alll'
Accademia delle Arti e delle Scienze di Vienna ed inizia a lavorare come scenografo in teatro con la compagnia di
Max Reinhardt nel periodo 1919-1922. Di lì a poco avviene il passaggio alla produzione cinematografica, passaggio o meglio deviazione, seguendo il nostro ragionamento, anche perchè i fatti raccontati da Ulmer riguardanti questo periodo sono molto ambigui. Dice di aver collaborato alle scenografie di
Der Golem di
Paul Wegener (ipotesi ormai accreditata, anche se mai verificata puntualmente) in qualità di direttore artistico (in realtà lui dice che il suo compito era di tagliare i mascherini della macchina da presa), di aver partecipato alla produzione de I
l gabinetto del Dr. Caligari di
Robert Wiene, di esser stato collaboratore di
Fritz Lang (categoricamente smentito dal cineasta tedesco) e di
Friedrich W. Murnau.
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| Friedrich Wilhelm Murnau sul set |
La collaborazione con Murnau c'è stata sicuramente, anche perchè Edgar
lo segue pochi anni dopo, nel 1926, in America, per assisterlo alla
regia del capolavoro
Aurora, del 1927, prodotto dalla
20th Century Fox, vincitore di 2 premi Oscar e, qualche anno dopo per partecipare alla produzione di
Tabù, nel 1931, ultima pellicola del maestro tedesco, progetto nato in collaborazione con il pioniere/documentarista
Robert J. Flaherty.
Sempre dal curriculum pubblicato dal sito
film reference si legge
che nel 1923 era già in America come designer per la Universal a New
York e che sia tornato una prima volta a Berlino per assistere Murnau
nel 1924. Tornato a Berlino - una seconda volta? - nel 1929, firma la
sua prima regia in un film collettivo insieme a
Curt Siodmak,
Robert
Siodmak,
Fred Zinnemann con la sceneggiatura di
Billy Wilder:
Menschemm am sonntag - Uomini di domenica,
uscito nel 1930. Trattasi di un documentario che prende in esame le
abitudini nel giorno di riposo di alcuni personaggi berlinesi e di come
amino passare la domenica nei boschi intorno alla città. In questa
pellicola Ulmer anticipa la sua inclinazione e talento per il
documentarismo, che gli tornerà molto utile negli anni a seguire negli
States, e che manifesterà ogni qual volta si cimenterà con soggetti di
forte connotazione sociale e realistica. La strada sembrerebbe spianata
dunque, invece una nuova deviazione attende Edgar G. Ulmer.